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INCONTRO CON DANILO D'UGGENTO, MANAGER SPORTIVO

“Non mi elogiare troppo mi raccomando. Non sono il tipo, sono solo un semplice ragazzo”. Inizia cosi la chiacchierata con Danilo D’Uggento, classe 1982. Certo, è difficile far finta che Danilo non sia stato il primo laureato in Scienze giuridiche, economiche e manageriali dello sport in tutta Europa; difficile ignorare gli articoli di giornale che hanno sottolineato l’importanza della tesi di Danilo sull’etica dello sport; difficile anche tralasciare il fatto che, cosi giovane, insegni all’Università di Teramo o che la sua tesi di laurea sia stata richiesta come libro di testo alla Federico II di Napoli. Ma cosi è: Danilo, tono calmo e sereno, racconta i suoi traguardi con la semplicità di chi sa da dove è partito e dove vuole arrivare. Mantenendo sempre il profilo di un ragazzo con i piedi ben piantati a terra.

E sei arrivato ad essere procuratore sportivo: ci spieghi in cosa consiste la tua occupazione?

foto 11Innanzitutto sono contento di fare questa chiacchierata e avere la possibilità di spiegare il mio lavoro. Il procuratore sportivo è colui che fa da mediatore tra le società sportive e i giocatori: i giocatori che scelgono di essere assistiti da un procuratore firmano la cosiddetta procura con la quale danno il permesso di curare i loro interessi economici in primis, poi ci si occupa anche della gestione del gioco e degli sponsor. Io ho scelto il settore della pallacanestro, che mi appassiona, nonostante non abbia alle spalle carriere da giocatore. Anzi, giocavo a calcio!

Un lavoro per cui ci vuole fiuto ed intuito oltre che preparazione.

Si direi di si. La preparazione in materia di diritto è alla base, ma bisogna anche sapersi esprimere ed essere convincenti e intraprendenti.

Da dove nasce la scelta di diventare procuratore sportivo

Dalla mia passione per lo sport. E’ stata quella a guidarmi. Al momento mi occupo esclusivamente di pallacanestro ma non pongo limiti a tutto ciò che potrà essere. Questo mondo è difficile, è una casta ma io ho voluto provarci comunque e, a distanza di 7 anni dalla laurea, posso dire a me stesso di aver avuto ragione.

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Nessuno smarrimento dunque dopo aver concluso il tuo percorso universitario?

Direi di no perché avevo ben chiara la strada che avrei dovuto seguire e che cominciava con l’iscrizione all’albo dei procuratori sportivi. Dopo la laurea triennale ho avuto l’opportunità di seguire quattro ragazzi di categorie più basse. Avevo 21 anni, e a 21 anni è difficile conquistare il proprio spazio e far sentire la propria voce. Dopo il primo anno di mercato avevo già 40 assistiti e oggi ho una lista di giocatori italiani e stranieri, sia uomini che donne e allenatori

Come riesci ad individuare i giocatori e le giovani promesse della pallacanestro?

Sono molto attento nei periodi di mercato, sono quelli i momenti pieni da sfruttare in questo lavoro. Viaggio molto e per tutto il resto dell’anno seguo le partite. Ho due collaboratori che mi aiutano in tutto questo: uno di loro è in Canada e si occupa di osservare e segnalarmi i giocatori; siamo riusciti a costruire anche una collaborazione con tre college americani.

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C’è stato un momento in cui ha capito che la strada che avevi intrapreso era davvero quella giusta per te?

C’è un episodio che ricordo… dopo il primo mercato sono stato contattato dalla GEA, la società guidata all’epoca da Moggi e Zavaglia, perché cercavano un responsabile per l’area della pallacanestro. Volevano aprirsi ad altre discipline oltre il calcio e avevano pensato a me. Trovandomi impegnato, chiesi di riparlarne a fine mercato e nel frattempo scoppiò lo scandalo che coinvolse tutta la società. E’ un piccolo aneddoto che ricordo perché mi sono davvero sentito soddisfatto della mia scelta di carriera.

Alla fine hai fatto una scelta importante e in un certo senso inaspettata vista la tua professione, cioè rimanere nel tuo paese.

Si. Il mio lavoro si svolge in gran parte grazie ad un telefono ed un computer ma avevo bisogno del mio paese.  Sapere di poter tornare nel tuo paese che ti regala tranquillità e relax dopo tanto viaggiare, mi fa star bene. Anche se la mia figura, ai più, è sconosciuta qui.

La miopia dei piccoli centri colpisce proprio i lavori più creativi e nuovi?

Il problema più rilevante secondo me è che nessuno qui ti dà la possibilità di emergere, di poter offrire il tuo contributo per migliorare qualcosa. Spesso organizzo anche eventi sportivi in molti comuni d’Italia e nel mio paese non ho ancora mai avuto questa possibilità. C’è sempre un problema di mentalità chiusa che purtroppo sta coinvolgendo diversi settori. Probabilmente l’investimento sui giovani è una frase fatta e non si traduce in fatti concreti, ma alla fine, io vado per la mia strada e sono contento di portare avanti il mio lavoro.

E dove c’è passione per il proprio lavoro, la strada da percorrere non potrà che essere stimolante, piacevole e ricca di nuovi traguardi.

Annabella Fuggiano

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