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CastStory ·LA RISTORAZIONE NEI TEMPI PASSATI #24

In principio era la cantina dove si vendevano le diverse qualità di vino, ma era consentita pure la mescita al minuto. Vini a denominazione d’origine per avventori esigenti, ma anche roba di scarsa qualità per quei poveretti che avevano solo voglia di dimenticare i problemi e le ansie (quindi con poco “si aggiustavano”). La cantina era l’equivalente del bar. Ma non quelli americanizzati di oggi: piuttosto luoghi tetri con stanze poco luminose e arredi spartani e vecchi.

Poi la cantina diventò taverna, un posto dove oltre a bere si poteva mangiare qualcosa. E infine la locanda che univa la trattoria alla possibilità di alloggio.

A Castellaneta il luogo più ambito per taverne e luoghi di ritrovo era la antica piazza, un luogo pubblico centrale. Insieme a botteghe e cantine, già prima del 1600, esisteva una “hostaria alla piazza, in contrada Santa Caterina” di cui erano proprietari “li magnifici eredi del quondam (defunto) Francesco Antonio Ungaro”.

Nel ‘700 poi si registra sempre “in contrada della piazza” un’altra osteria con stanze al piano superiore di proprietà del Convento del Rifugio.

La locanda che ebbe più successo era situata fuori la Porta Grande, sul lato destro della chiesa di San Michele, separata dalla strada che andava a Gioia (attuale via Ospedale). L’osteria aveva un bel giardino e “tre camere soprane” (al piano superiore) ed era di proprietà del Reverendo Cantore don Niccolò Tria. Svolgeva la funzione di albergo in una posizione strategica perché un tempo le porte della città di sera si chiudevano e chi doveva recarsi in città doveva attendere il mattino successivo. Ebbe lunga vita fino al secolo scorso quando era conosciuta come Locanda D’Alessandro, particolarmente apprezzata in concomitanza della fiera degli animali, che allora vedeva gli animali in mostra nel vicino Orto del Principe.

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Questa e l’altra famosa locanda Quero, prospettante sulla via per Taranto (oggi via Roma), esaudivano tranquillamente la richiesta ricettiva del tempo che non era esigente e si adattava a quello che c’era. Mentre all’interno del paese, nei posti più disparati, una serie di iniziative familiari offrivano un servizio identico ma ridotto.

Tra queste la famiglia Cotrone che iniziò l’attività ai primi del ‘900 offrendo vitto e alloggio in alcuni locali al largo Mulini Vecchi, vicino la Cattedrale. Donna Caterina seppe farsi apprezzare, per l’ospitalità ma soprattutto per la cucina, per molti anni attraverso due guerre.

Poi la scelta imprenditoriale di spostare l’attività nella zona nuova del paese, vicino alla stazione ferroviaria. Era il 1956 e il ristorante Cotrone aprì nella nuova sede di via Jacobellis 5.

Via Jacobellis sede storica del Ristorante Cotrone

Fu una scelta di successo e dette un tocco di modernità al paese potendo anche ospitare chi veniva da fuori (con il treno) in alcune camere a disposizione nel palazzotto appena costruito. Ospitalità decorosa ma soprattutto cucina apprezzata. Una cucina familiare a chilometro zero (ma allora non lo sapevano) con ingredienti scelti con cura dai fornitori amici, apprezzata sia nella ristorazione quotidiana ma anche in occasione di piccoli festeggiamenti o tavolate amichevoli.

L’attività era gestita dalla figlia di Donna Caterina, conosciuta come Cùmma Vita, donna laboriosa, attenta e cortese. Presto le braciole di Cùmma Vita Cotrone diventarono famose in tutta la provincia. Ma anche le polpette insieme a tutti i piatti della cucina etnica.

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Una vita di lavoro nella ristorazione meritevole del riconoscimento di “Maestra del commercio” per aver svolto oltre 50 anni di attività. Fino al 1991 quando l’attività fu chiusa lasciando spazio a nuove (poche) iniziative imprenditoriali nella ristorazione moderna.

Buona Pasqua a tutti.

 

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Aurelio Miccoli


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