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GABRIELE GRAVINA | DIRIGENTE SPORTIVO

La rosa del Castel di Sangro - 1995/96 La rosa del Castel di Sangro - 1995/96
  • 11 Novembre 2012
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"Il Miracolo di Castel di Sangro" è un libro scritto dall'autore americano Joe McGinniss nel quale viene descritta la stagione calcistica di una piccola squadra, per l'appunto l'associazione sportiva Castel di Sangro, che nel 1996 è riuscita "miracolosamente" ad essere promossa in serie B.

Ma il miracolo di questo club inizia già nel 1990 quando Gabriele Gravina decide di investire nella squadra diventandone presidente. Gabriele Gravina è un ragazzo del '53, nato a Castellaneta e laureato in Giurisprudenza che, quando inizia la sua avventura con il Castel di Sangro, ha già alle spalle alcuni anni di esperienza come presidente ed amministratore delegato in diverse società operanti nel settore economico-imprenditoriale.

gabriele gravinaDa allora Gravina ha fatto molta strada continuando a lavorare nell'ambito sportivo ma non solo. Parallelamente ha intrapreso la sua carriera nell'ambiente delle banche diventando membro del Consiglio di Amministrazione della CARISPAQ prima e della Banca di Credito Cooperativo di Roma poi.

È docente del corso di laurea specialistica in Management dello Sport e delle Imprese Sportive presso la Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Teramo, oltre ad aver collaborato con la Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza".
Non ritenendo sufficienti i suoi già numerosi impegni ha anche trovato il tempo per pubblicare una mezza dozzina di saggi nel settore dell'economia e dello sport.

Imprenditore, docente universitario, scrittore, dirigente sportivo; lei come si definisce?
Sono sempre più convinto che non può esistere una definizione di un uomo in base ad attività più o meno prevalenti della sua vita. L'uomo deve vivere con grande intensità, coltivando le sue curiosità, realizzando i suoi sogni, cercando di essere protagonista con il suo impegno, non dimenticando di "provocare" ricadute sul sociale. Per questo mi piace ricordare quanto affermò qualche anno fa sua Santità Paolo VI " più che di protagonisti il nostro tempo ha bisogno di testimoni". Mi piace l'idea di definirmi testimone del valore dell'impegno costante che impiego nella mia vita.

Negli anni ha rivestito diversi ruoli nell'ambito della FIGC, è stato membro del Consiglio di Amministrazione di Federcalcio, membro della Delegazione Ufficiale della Nazionale A al Campionato del Mondo Germania 2006, Capo Delegazione della Nazionale Olimpica a Pechino nel 2009 e tanto altro ancora. Quella dello sport è per lei una passione prima che un lavoro?
Una grande passione. Il mondo del volontariato, ciò che rappresenta per me il mondo del calcio, se non è animato da una grande passione non puoi servirlo degnamente. Logiche diverse danno sempre la dimensione di un mondo che non ti realizza. Personalmente, invece, ritengo di aver assaporato la vera essenza della multi-dimensionalità dello sport: la sua grande forza di aggregazione, la sua capacità di superare confini e di abbattere barriere politiche, la sua dimensione culturale e metaforica, la sua capacità di provocare emozioni.

Tutti la ricordano come il Presidente del Castel di Sangro. Ci racconta la sua esperienza alla presidenza di questa associazione calcistica?
La favola Castel di Sangro rappresenta una pagina molto bella della storia del calcio. Un messaggio di speranza per chi vuole centrare dei traguardi difficili, apparentemente impossibili.
Il progetto Castel di Sangro ha dimostrato negli anni che quando si applicano criteri di gestione attenti e professionali anche in presenza di risorse limitate, nessun traguardo è precluso. Ed è esattamente quello che abbiamo fatto noi, impegnando idee e realizzando iniziative apprezzate non solo in Italia ma anche all'estero. Molti credono che la ricerca continua della massimizzazione dei risultati sia l'obiettivo fondamentale dell'attività sportiva. L'alea, l'incertezza del risultato non può esaurire l'impegno della pratica e della programmazione di un evento sportivo, il rischio è troppo alto. Il progetto Castel di Sangro è rimasto nella mente e nel cuore dei tifosi perché ha lasciato una traccia indelebile di una forte aggregazione sul territorio, perché ha lanciato un processo di comunicazione facendo conoscere le qualità di un territorio, ad alta vocazione turistica, a tanti osservatori. Tutto ciò non fa parte dell'alea ma è frutto di organizzazione e lungimiranza. Per questo credo che passione, senso di responsabilità e lungimiranza siano ingredienti fondamentali per raggiungere traguardi importanti.

Tra le sue attività rientra quella di docente universitario del corso di laurea specialistica in Management dello Sport e delle Imprese Sportive. Ha individuato degli studenti che in futuro potranno risollevare le sorti e la dignità del calcio italiano?
Ci sono tanti ragazzi bravi, non solo nel nostro corso di laurea ma anche in tanti altri corsi, che possono dare un valido contributo per migliorare il mondo dello sport. Devo comunque sottolineare che diversi laureati o specializzati presso la nostra università ricoprono oggi importanti ruoli presso società o istituzioni sportive. Non credo, tuttavia, che per risollevare le sorti del calcio italiano possa essere sufficiente il contributo di alcuni laureati, occorre uno sforzo riformatore che incida sulla cultura di tutti i protagonisti: tesserati, dirigenti, arbitri, e tifosi. Una rivoluzione che faccia capire che oltre a valorizzare la dimensione economica il calcio deve valorizzare la sua dimensione di fenomeno sociale. In sostanza riviverlo come un giuoco, il giuoco più bello del mondo.

Ci spiega come si compie un "miracolo"? Sarebbe una lezione molto interessante per noi giovani che abbiamo tanto bisogno di riappropriarci del nostro futuro!
Il brevetto "miracolo" non esiste per noi mortali. Esistono delle forme di impegno che aiutano a centrare gli obiettivi fondamentali della nostra vita. E' importante avere le idee chiare senza fare confusione tra i diversi traguardi che si vogliono raggiungere, senza confondere i desideri con i reali obiettivi. A volte i giovani si lasciano ingannare da comunicazioni che rappresentano un cosmetico della vita, in cui tutto è a portata di mano, tutto è facile. Non è vero, la vita si conquista passo dopo passo con impegno e umiltà.

Com'era la sua vita e quali erano le sue aspirazioni quando viveva a Castellaneta?
La mia vita trascorsa a Castellaneta non mi sembra molto diversa da quella che vedo ancora oggi dominante tra i giovani: lo scontato impegno a scuola, la vita quasi tutta concentrata in incontri di passeggiate serali su via Roma, la visita puntuale ai bar. Certo questo non è molto positivo, perché evidentemente l'offerta di nuove proposte risulta ancora scarsa.

La mia giovinezza subì un improvviso cambiamento quando scoprì il senso dell'associazionismo culturale, grazie a Don Leonardo Molfetta, avviando un circolo che credo abbia segnato la vita di tanti giovani di allora, il Circolo Culturale " LA FENICE". Quanto, invece, alle mie aspirazioni di allora, credo di dovermi ritenere molto fortunato. A volte il senso di realizzazione personale focalizza l'attenzione su aspirazioni prevalentemente di interesse egoistico che lasciano quasi sempre un senso di insoddisfazione profondo. L'impegno di allora in un circolo culturale per il tempo libero e un impegno più sociale in una comunità come "l'incontro" hanno rappresentato per me una palestra di vita straordinaria. Ho capito, da allora, che ogni mia attività, anche di interesse economico privato, deve avere risvolti nel sociale. Al di là degli interessi egoistici occorre partecipare a progetti rivolti al bene comune, meglio ancora se sono progetti che incidono sulla cultura.

La vera cultura migliora il vivere sociale così come la vita personale, fa crescere positivamente la consapevolezza e l'orgoglio della propria umanità e il desiderio di condividere i valori di bellezza e di verità con chi ci circonda. La vera cultura crea ponti tra tradizioni diverse, inventa collaborazioni, instaura dialoghi. Questa è stata la chiave di volta del successo nella mia vita, un successo non esteriore ma di realizzazione e soddisfazione personale indelebile, un bagaglio che farà parte della mia memoria.

Ricorda il giorno in cui ha lasciato Castellaneta?
Si lo ricordo benissimo: 1 giugno 1977. Un lungo viaggio in treno durante il quale ho visto scorrere numerosi fotogrammi della mia vita. Un distacco molto triste dai luoghi ma soprattutto dai miei affetti, dagli amici e dalla mia famiglia.

Torna di tanto in tanto a Castellaneta?
Non torno molto spesso, anche se negli ultimi anni le festività più importanti le trascorro a Castellaneta.

Che significato ha la parola "casa" per lei?
Diversi significati: sicurezza, protezione, affetto,il tutto con un minimo comune denominatore: l'Amore.

Cinque cose di Castellaneta che metterebbe in valigia e porterebbe con se.
Sicuramente il clima, poi il senso ironico e lo spirito dei Castellanetani, i prodotti naturali della sua terra, i luoghi della parte storica in cui ho vissuto la mia infanzia e sicuramente la mia famiglia. Forse tutto questo non entra in valigia ma garantisco che è ciò che ho portato e conservo nel mio cuore.

Marilia Fico per ViviCastellaneta

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