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IL SILENZIO DELLE FORESTE CHE CADONO

  • 03 Giugno 2013
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Fa più rumore un albero che cade o una foresta che cresce? Non l'ho mai capito...
Sono quelle cose che ti insegnano quando inizi a scarabocchiare i fogli di un giornale, tipo il cane che morde l'uomo e l'uomo che morde il cane. Esempi di cosa sia una notizia, espedienti per capire l'importanza o meno di un fatto.

La verità, peró, è che le foreste non fanno rumore e gli uomini non mordono i cani: passi anni ad aspettare che accada e sottovaluti tutti gli alberi che cadono ed i cani che mordono. Con te, finisce per farlo anche chi non è giornalista. E accadono cose come quelle che stiamo per descrivere.

In principio furono gli alberi di piazza Municipio, abbattuti per far spazio al "progresso" rappresentato da quattro monoliti (quanto aveva ragione Kubrick...): finirono per riscaldare la casa di chissà chi. Dopo è arrivato il turno delle fronde di piazza Umberto I, potate con la perizia di un serial killer: ammetto, peró, la mia totale ignoranza dei rudimenti della nobile arte dello sfalcio. E pochi giorni fa abbiamo assistito al taglio "chirurgico" dei pini di parco Valentino, patriarchi caduti sotto il peso delle loro responsabilità: radici troppo invadenti.

Esiste sempre un'alternariva. Soprattutto a Castellaneta, dove è diventata parte dello stemma cittadino: avevamo il parlamentare di sinistra ma anche quello di destra; abbiamo San Nicola ma anche San Francesco; abbiamo Montecamplo ma anche Castellaneta Marina; abbiamo il "giro pizza" di Peucezia ma anche quello del Mundial. Insomma, potevamo tenerci anche gli alberi se solo lo avessimo scelto.

Certo, almeno nel caso di parco Valentino la questione è delicata: si tratta di proprietà privata, di una decisione presa legittimamente dal condominio per mitigare i danni provocati dalle radici, di polemiche nate forse con i primi rami di quegli alberi. Ma la riflessione va fatta sul risultato generale.

Perchè ci stiamo allontanando sempre di più dal primato che quasi vent'anni fa rappresentava Castellaneta, quello della percentuale di verde pro capite più alta del territorio. Era uno degli argomenti preferiti dall'allora sindaco Rocco Loreto (il parlamentare di sinistra), citazione più riccorente fra le sue, forse più di «sesquipedale» e «parole scolpite con l'accetta». Se poi potessimo permetterci prati inglesi e palme manco fossimo su Rodeo Drive non è argomento d'attualità.

Siamo passati dal piantare all'abbattere alberi con la stessa facilità di un cambio di stagione. L'ultimo che se ne preoccupò fu Giuseppe Rochira da assessore all'Agricoltura: prese al volo l'occasione di farsi donare gli ulivi espiantati per la costruzione del nuovo aeroporto barese e ne puntelló la città. Poi più nulla.

Mi aspetto, ora, le critiche di tutti i soloni impegnati a risolvere i problemi dell'umanità: «Qui cade tutto a rotoli e tu vai a pensare a quattro stupidi alberi! Con tutti i pini che abbiamo al mare e in collina...». E lo so, sono romantico. Quanto a disimpegno, però, godo di ottima compagnia.

I primi sono i cittadini, tutti quanti: dove eravate quando ci andavano giù pesante di motosega? Non lamentatevi, poi, se in piazza Municipio non c'è ombra. Poi vengono gli ambientalisti della domenica, quelli capaci di scrivere su Facebook post al vetriolo contro l'Ilva e andarsene in giro con la macchina Euro 0 che inquina più di un altoforno: dove eravate anche voi?

Dove fosse il sindaco Gugliotti, invece, lo so: era a Palagianello a schiacciarsi due vertebre per portare in giro il collega rieletto. Che poi a me quella foto ricorda tanto la scena finale del capolavoro "L'allenatore nel pallone": anche Lino Banfi, d'altronde, è un berlusconiano di ferro... Ma questa è un'altra storia.

Senza scomodare la Turchia e la sua tragedia, quindi, mi sono fatto un'impressione: a furia di sottovalutare questi segnali continueremo a non sentire il rumore delle foreste che crescono. Ma anche di quelle che cadono.

Francesco Tanzarella